Vergüenza ajena

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Quando uno stupido fa qualcosa di cui si vergogna, dice sempre che è suo dovere” (Bernard Shaw) e probabilmente, al contrario, quando un intelligente fa qualcosa di cui si vergogna, se ne assume sempre la responsabilità. E finché si tratta della rogna propria, che ognuno se la gratti come meglio crede; il problema nasce quando la vergogna che proviamo è altrui, è ajena.

Vergüenza ajena è un’espressione di madrelingua spagnola ma di do
minio mondiale che significa provare vergogna per il prossimo, imbarazzarsi per un qualche cosa che non è nostra colpa o responsabilità; prendersi carico del disagio per una persona altra. La lampante difficoltà è che il soggetto risulta esterno all’azione e per tanto non è di sua competenza condurre le operazioni di rimedio. Ci si ritrova a subire passivamente senza poter attuare un intervento pratico: guardare ma non toccare.

 

va2(A facebook mancaun botte per “mi causa vergüenza ajena”)

 

Il fastidio che ne deriva dipende dal grado di intensità della vergogna. Vergüenza infatti in italiano ha due possibili valenze: ci si può riferire ad un leggero imbarazzo o ad una vergogna vera e propria. Oggi suddetti termini sono considerati indicativamente sinonimi, ma in verità sussiste una sostanziale differenza: trattasi di vergogna quando è coinvolto un profondo sentimento di rammarico, un amaro turbamento interiore che assale l’essere umano quando percepisce di aver di aver agito o parlato in maniera riprovevole, riversando disonore su se stesso e su altri. La vergogna è il risultato di un senso di inadeguatezza e incompiutezza nei confronti dei valori accettati e rispettati da se medesimi e da coloro che ci circondano; è una deviazione dalla linea che ciascuno si impone di seguire nel corso della sua vita; un tradimento ai precetti presi. Si rompe il legame con la parabola di condotta cui, tempo addietro, abbiamo stabilito di aderire e l’immagine che vorremmo avere di noi stessi e che vorremmo emergesse agli occhi di chi ci guarda, viene infangata. La situazione è grave.

Di gran lunga meno drastico è l’imbarazzo, che al contrario si sperimenta esclusivamente nei limiti del sociale: richiede quindi la presenza di testimoni e si genera in seguito a infrazioni delle regole sociali che possono anche non essere condivise uniformemente. L’imbarazzo rivela ciò che più ci interessa nella vita; la vergogna mette in gioco i nostri valori. Quindi mentre l’una è un sentimento che si condensa nel profondo della nostra anima anche nella più isolata intimità e spesso non trova sollievo, l’altro è legato al branco, è il sentimento della compagnia e quindi si può evitare in tutta tranquillità intraprendendo una carriera da eremita; secondariamente essendo che trasgredisce regole con margini non ben definiti e soprattutto non comunemente approvate è più giustificabile e quindi non prevede sessioni di autoflagellazione riparatrice, ma si accontenta di redenzioni ben più banali.

Questo senza sminuire il catastrofico impatto che l’imbarazzo potrebbe avere sul fragile essere umano: si tratta comunque di eventi che mettono in seria crisi l’immagine pubblica dell’individuo, ma a livello di impatto siamo su un piano ben diverso. Lo struggimento della vergogna potrebbe richiedere anni di assidua espiazione per tornare sulla retta via; l’imbarazzo si risolve in poche settimane: un cocktail di coraggio e autoironia con una spolverata di profonda consapevolezza che prima o poi qualcuno la farà più grossa, dovrebbe funzionare.

A seconda che si intenda come vergogna o come imbarazzo le reazioni alla vergüenza ajena sono differenti:

Nel caso in cui si provi vergogna per un individuo, come se al poverino non bastasse quello che sta passando e visto che nella vita -per sicurezza- è sempre meglio mettercelo il dito nella piaga, la risposta è nettamente più forte: uno scroscio di nera delusione si riversa sul colpevole, l’ira funesta che infiniti addusse lutti scatena verbosi rimproveri, le più alte tra le morali vengono rispolverate con Esopo che inneggia nella tomba e, nei peggiori casi, la conclusione è il rifiuto dello scostumato imputato. Ho in mente come esempio un scena di un capolavoro cinematografico firmato Disney (perché i cartoni sono fonte di grandi lezioni di vita): Mulan. Quando il consigliere dell’imperatore cinese chiama gli uomini a combattere contro gli Unni, Mulan, preoccupata che il padre (azzoppato) possa non sopravvivere alla guerra, supplica il consigliere di esonerarlo da un tale impegno…

“Vi prego signore, mio padre ha già combattuto…”

“Faresti bene ad insegnare a tua figlia a trattenere la lingua alla presenza di uomo.”

“Mulan tu mi disonori.”

…Con nullo successo.

In questo caso Mulan è convinta di essere dalla parte della ragione e agisce secondo i suoi principi che, peccato, remino contro all’intera cultura cinese, in cui il padre è fortemente inquadrato. Il patriarca, modello esemplare di una rigida disciplina schiavizzata dall’onore, si vergogna profondamente della figlia che si rifiuta di sottostare ad una simile tirannia e porta disonore su di se e sulla famiglia interna.

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Niente di così drammatico quando parliamo di imbarazzo ajeno: semplicemente proiettiamo quella che dovrebbe essere la reazione del soggetto dell’imbarazzo su di noi. Il volto assume un colorito piuttosto acceso, lo sguardo devia sui punti meno interessanti dello spazio o si lascia cadere a terra sfinito e con aria sconsolata una mano si anima e si sbatte letteralmente sul nostro volto con sufficiente forza, come a volerci punire per non aver prevenuto. Il peggio è quando il momento si protrae e allora hanno inizio una serie di azioni convulse e nevrotiche, simili a quelle che precedono un attacco di panico: risatine isteriche raggiungono decibel non umani, le mani si contorcono senza pietà e tutto il corpo freme per il trattenersi dalla voglia di fuggire il più velocemente possibile, caricandosi in spalla la causa di tutto questo nostro disagio.

Vi chiedo elasticità mentale e di saltare con un balzo dalla Disney alla letteratura ispanica. Don Chisciotte e Sancho Panza cavalcano per le infinite vie del mondo ed all’improvviso si imbattono nei terribili mulini a vento. Don Chisciotte si lancia all’assalto dei famelici giganti e senza nemmeno riuscir a sferrare un colpo viene scaraventato a terra ridotto come un cencio.  Me lo immagino Miguel de Cervantes che ride fragorosamente mentre scrive compiaciuto la scenetta, un po’ meno bene deve averla presa il ronzino. Giochiamo per un attimo a Tolstoj e mettiamoci nei panni del povero cavallo, costretto ad accompagnare il cavaliere nella sua folle missione: se quell’infelice avesse potuto, avrebbe scavato una voragine per morirci dentro. Mi immagino Sancho, ingenuo e bonaccione, che guarda disarmato quello che sta avvenendo davanti ad i suoi increduli occhi e Ronzinante, ben conscio di non essere solo, in preda al più totale imbarazzo per non poter far altro che partecipare a questa totale mancanza di buona creanza.

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Questa è la vergüenza (imbarazzo) ajena: innanzitutto perché non è universalmente condiviso il fatto che i mulini a vento siano innocui; siamo nell’ambito del sociale perché abbiamo uno spettatore (Sancho); infine Don Chisciotte non ha tradito nessun principio o valore da lui condiviso, ha anzi tentato un atto eroico, che poi il tutto sia sfociato in una gigantesca gaffe è ben altra faccenda.

Ma perché il severo padre di Mulan e lo sfortunato Ronzinante se la prendono così a cuore? Perché la vergüenza ajena è in verità un sentimento empatico. Il sentirsi addosso le identiche spiacevoli emozioni che dovrebbero scaturire nella vittima di tale ingiuria, è indice del sentimento che proviamo per quest’ultima, ci mettiamo nei suoi panni e soffriamo. Se fosse qualcuno a noi indifferente, reagiremmo con leggero cenno di disapprovazione o con un risolino; si trattasse della nostra nemesi probabilmente stileremmo satire che sputano dissenso e disprezzo, o rideremmo senza sosta in overdose da Schadenfreude. Se però il protagonista è parente, amico o qualcuno di un certo peso nella nostra vita allora è tutto stravolto: ci immedesimiamo nel malcapitato e ne risentiamo per lui, ci dispiace e ci affligge; vorremmo aiutarlo in qualche modo ma rendendoci conto dell’impossibilità tentiamo di rifuggire il turpe spettacolo che si prostra ai nostri occhi e ci buttiamo sulla magra speranza di non essere gli unici empatici tra i testimoni. Più questa persona ci è vicina, più le vogliamo bene e peggio è.

va5(E’ curioso, ma solo quando vedi le persone mettersi in ridicolo, ti accorgi di quanto bene gli vuoi)

La traduzione letterale in italiano sarebbe “vergogna aliena” che, se guardiamo alla nostra lingua con un fare da latinisti suona perfettamente, ma in una mente sana l’associazione con Marte è quasi immediata. Forse si può tentare, a rischio di essere un po’ vaghi, “vergogna esterna”. Più chiara è la perifrasi intera “vergogna che si prova per un’altra persona”. Per gli inglesi è un po’ meno lunga la faccenda, ma semplicemente perché la loro è una lingua di parole monosillabiche: “to feel bad/embarrassed for someone else” (alla lettera: sentirsi male/imbarazzati per qualcun altro). Esiste anche l’espressione “Spanish shame” (vergogna spagnola), coincisa e originale, con l’unico difetto di non essere molto espressiva se non si conoscono i retroscena e forse anche un potenziale accenno di razzismo. Come sempre i tedeschi hanno una parola per tutto, ed è: Fremdschämen.

Fatto sta che in spagnolo suona meglio. In questa lingua calda e sensuale anche un piaga come la vergüenza ajena sembra quasi piacevole. Lo spagnolo alleggerisce il peso portato da questa parola, e potrebbe aiutarci a prenderla meno sul serio, che nella vita, alle volte, le situazioni sono molto meno drammatiche di quanto CI appaiano.


CURIOSITA’:

Vergüenza ajena è anche il titolo spagnolo di un programma televisivo del profondo trash americano -di cui si discute il livello culturale ma mai la godibilità- dove alla mo’ di Paperissima si susseguono una serie di clip che mostrano scene del più tremendo disagio della razza umana.

Tranquilli, c’è anche in Italiano su Mtv. Enjoy!

 

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