“Gibbledy gabbledy gobbledygook, fan le parole tutto quel che vuoi tu”

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30 marzo 1944, Maury Maverick, chairman della Smaller War Plants Corporation durante la Seconda Guerra mondiale nonché sindaco di San Antonio, Texas, è seduto alla scrivania del suo studiolo. Il suo sguardo è fisso nel vuoto, la sua espressione assorta; una mano gli regge la testa mentre nell’altra passa nervosamente la penna tra le dita; improvvisamente smuove lo sguardo, batte le mani sulla scrivania con la tipica enfasi da “eureka”, impugna la penna e sul foglio che ha di fronte scrive “gobbledygook language“. Maverick era rimasto bloccato nella stesura di un discorso su una parola, necessitava un termine che esprimesse tutti quegli inutili giri di parole per la maggiore incomprensibili; quel blaterale infinito senza concetto; quell’insieme di parole vuote, private di senso che sono lì solo per fare numero e scenografia. Caso vuole che abitasse in Texas, caso vuole che in quel momento, perché e per come non è chiaro, gli venne in mente un tacchino e scrisse “gobbledygook language“.

A giustificazione di questa geniale trovata disse che il tacchino “is always gobbledygobbling and strutting with ridiculous pomposity” (va sempre in giro gloglottando senza fine tutto impettito nella sua ridicolà pomposità). Ammetto di avere una grande lacuna in ornitologia, ma mai avrei pensato al tacchino come un volatile vanitoso, che si aggira per il pollaio tronfio e pieno di se. Sicuramente se avessi dovuto scegliere io un uccello di ispirazione avrei optato per il pavone, che per antonomasia è il pennuto più narcisista. Maverick la vedeva diversamente, poco male, e pensò al tacchino, partorendo una parola onomatopeica che ne riprende il verso “gobble gobble” (in italiano il gloglottare). Al lemma viene data una connotazione nettamente negativa che prende vita nel confronto con il plain English, cioè l’inglese pieno (di senso), di cui il sindaco texano promuoveva intensamente l’uso a discapito di quella retorica distorta che dice tanto senza dire niente.

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Oggi questa meravigliosa creatura linguistica rimane un unicum della lingua inglese: non ha verbo, avverbio o plurale. Di recente un po’ accantonata è stata per la maggior parte sostituita da sinonimi meno ricercati, più usati e pronunciabili come gibberish, jibberish, Jibber jabber o bafflegab e moltissimi altri sinonimi. Può essere rinvenuta in alcune espressioni ma dai toni un po’ forzati:

The report is just a bunch of gobbledygook. (questo report è un mucchio di frasi incomprensibili)

<cut through the gobbledygook and just tell me what the final cost of the car would be> (smettila di raccontarmela su e dimmi quanto mi viene a costare questa ((maledetta)) macchina)

Lampante è quanto gli inglesi o americani siano fanatici del “parla come mangi“: tutti questi vocaboli infatti non sono altro che sfumature diverse di un unico significato, fanno riferimento ad un linguaggio complicato, incomprensibile, privo di senso, vuoto; a giri di parole che sono tutto fumo e niente arrosto; ultimamente si riferiscono anche a parlate tecniche che risultano intellegibili solo per una ristretta cerchia elitaria di esperti del settore. Che sia espressione di manie ossessivo-compulsive verso forvianti discorsi enigmatici che escludono la massa di comuni mortali dalla comprensione o che sia tutto una stratagemma ingegnoso per mantenere prosperoso il vocabolario anglofono (infatti l’inglese si trova attualmente in cima alla classifica per numero di lemmi che costituiscono il dizionario con ben 490 mila parole di linguaggio corrente e 300 mila di tecnico, contro le sommesse 220 mila dell’italiano http://www.focus.it/cultura/curiosita/qual-e-la-lingua-moderna-che-ha-piu-vocaboli), poco importa. Fatto sta che in Italia le cose vanno in tutt’altro modo. Nel bel paese se non sai intortare non sei nessuno e spopola l’arte degli incantatori di serpenti che con le loro armonie senza note imbambolano e ipnotizzano chiunque non sia più che accorto. Non per niente i termini che fanno riferimento allo stesso campo semantico di “gobbledygook”, non fanno pensare a cose negative come il tacchino arrogante: “intortare”, per esempio, contiene la parola “torta”, che tutto è tranne che il nemico. Questa è una piccolissima dimostrazione del fatto che qui parlare a vanvera del nulla più assoluto non è reato, anzi è una vera e propria arte su cui molti hanno costruito un’intera carriera.

Sarebbe ora però di prendere atto di questa propensione agli insignificanti giri di parole, e di iniziare a chiamare le cose con il loro nome, senza tirare in ballo le torte, che sono una delle poche gioie della vita e meritano rispetto se non addirittura devozione. Iniziamo quindi con un’analisi delle varianti traduttive che potrebbero trovare validità nel nostro parlare. Dato che gobbledygook, nell’accezione di Maverick, è una lingua a tutti gli effetti, si è tradotto come burocratese, politichese, sindacalese e così via a seconda del settore preso in considerazione. Questa traduzione però non è per nulla generica, ma va adattata al caso specifico e quindi non è pienamente soddisfacente, sebbene esprima perfettamente il concetto di un idioma inutilmente complicato, pieno di orpelli retorici che hanno l’unico scopo di disinibire le capacità intellettive dell’essere umano.  C’è chi opta per un’italianizzazione più gergale, cioè “supercazzola” (https://it.glosbe.com/en/it/gobbledygook), che è alla portata di tutti, ha dalla sua il fascino dell’ironia ma sicuramente rimane bloccata in un contesto molto informale. Banalmente si potrebbe dire “blaterare”, ma innanzitutto non è il caso di essere banali nel tradurre un parola peculiare come gobbledygook; secondariamente “blaterale” ha una sfumatura di significato leggermente diversa, non per forza così negativa.

Dovendo e volendo fare la linguista creativa, col sogno nel cassetto di vedere approvata dalla Crusca una delle mie geniali trovate, ho meditato su due spunti differenti per arrivare a concepire la mia personale interpretazione. Il primo è il tacchino, per non tradire le orme  dell’originale: il verbo sarebbe “tacchineggiare” e il nome “tacchineria”, o forse “tacchinosaggine” che rispecchia maggiormente la connotazione dispregiativa propria del lemma inglese. Anche se a voler essere precisi si dovrebbe rispettare l’idea dell’onomatopea, quindi partire dal verso del tacchino, che in italiano gloglotta: glottoneria, glottaggine, gloglottigliare e chi più ne ha più ne metta. Il secondo ambito da cui ho tratto ispirazione diverge totalmente dai gallinacei, si tratta della politica. La politica in generale è la materia della parola per eccellenza; in Italia è la figlia degenere della retorica e dell’oratoria, una storpiatura brutale dell’arte della comunicazione e della convinzione; un pugno allo stomaco del buon Cicerone che si ribalta nella tomba senza pace. Quando si tratta di politica capirci veramente qualcosa è un’impresa titanica, la tredicesima delle fatiche di Ercole; chi fa politica costruisce labirinti ciechi di parole dove si entra e non se ne esce più. Di politici dai discorsi gonfi d’aria se ne sono visti tanti, ma a rappresentanza della lunga stirpe ho scelto Giolitti. Giovanni Bifronte -un nome, una garanzia- lo considero il padre fondatore del gobbledygook all’italiana. In suo onore ho coniato il termine “giolittaggine”, poco fiduciosa del fatto che uno definito “bifronte” potesse articolari discorsi in plain italiano e ottenere il favore delle masse definendo in modo chiaro e puntuale i focus della sua linea politica. Chiamatemi scettica ma io credo che si trattatsse  di tanta apparenza e poca sostanza.

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Ad ogni modo, con qualsiasi forma decidiate di inscatolare questo significato, il consiglio rimane lo stesso: fatevi portatori di un linguaggio genuino, che non significa grezzo, banale o poco elaborato, ma semplicemente pieno: pieno di senso, pieno di significato, pieno di informazioni, pieno di voglia di comunicare sinceramente qualcosa; insomma pieno di buone intenzioni.

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