Schadenfreude

 

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Homo homini lupus (l’uomo è lupo per l’uomo)

Così verseggiavano i latini ancor prima del fatidico anno 0, e a buona ragione. Nella vera natura umana, quella che in più di duemila anni di storia abbiamo imparato ad addomesticare, non vigono le leggi della civile convivenza bensì quelle della più brutale sopravvivenza. L’animalesco istinto dell’essere umano porta a combattere per la prevaricazione sul prossimo e l’affermazione della nostra forza. Tutt’oggi questa indomabile natura si ostina a lanciare segnali della sua presenza, ci assilla e ci rammenta che per quanto possiamo esser bravi domatori, il lupo perde il pelo ma non il vizio, e quindi il suo istinto è irrefrenabile. Quest’ultimo prende forma in diversi sentimenti, emozioni e stati d’animo, tra i più noti l’invidia e tra i più subdoli la Schadenfreude.

Schadenfreude ist die schönste Freude denn sie kommt von Herzen.

“La Schadenfreude è la forma di gioia più perfetta perché viene dal cuore”.

Così recita un proverbio tedesco, e credo sia internazionalmente riconosciuta e assolutamente impossibile da smentire la validità dei proverbi stessi. Schadenfreude indica dunque una gioia sì, ma un po’ particolare: racchiude infatti un aroma maligno poiché è causata dalla malasorte del prossimo. Letteralmente il lemma tedesco si traduce come “sensazione di malefico piacere causato dalla sfortuna altrui”. Si tratta infatti di una parola composta da Schade, danno e Freude, gioia. Ovviamente il termine porta una connotazione profondamente negativa, ma il fatto che sia subentrato come prestito nella maggior parte delle lingue, europee soprattutto, è indice della sua efficienza e della sua utilità. Non che si tratti di una delle espressioni più usate nella quotidianità, ma sicuramente manifesta alla perfezione un sentimento comune, che ognuno di noi, innegabilmente, prova. Tralasciando i finti buonisti e gli uomini di spirito, posso dire con la più assoluta sicurezza che TUTTI, con una media costante di una volta a settimana, assaporiamo un glorioso momento di Schadenfreude. Un ghigno malefico ci storta le labbra, sfreghiamo le mani compulsivamente e dal profondo del cuore risale un inno di gioia che recita “mors tua vita mea”.

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Niente vergogna: nonostante questa paia una delle più riprovevoli sensazioni, essa fa parte a pieno titolo della nostra umana essenza. Lo dicevano i latini; l’ha ripetuto Hobbes nel Leviatano che l’uomo, per natura, sia portato a combattere per dominare sui suoi simili, e debba fare un grande sforzo per abbandonare questo diritto naturale e adattarsi alla leggi della convivenza civile, conseguenza l’autodistruzione. Il collegamento alla “delizia delle disgrazie altrui” pare scontato, tutto ciò che va a nostro vantaggio nella strada del predominio è causa di attimi di felicità. Impulso tanto incontrollabile quanto barbarico, la Schadenfreude è proprio quella realizzazione che proviamo non per i successi ottenuti con il sudore della nostra fronte, ma perché una strampalata divinità ha deciso di essere complice del nostro piano di conquista, ha teso uno sgambetto alla concorrenza e ancora una volta “mors tua vita mea”, ci siamo trovati in vantaggio senza fare fatica. Soprattutto ci sentiamo in qualche modo appoggiati da questa divinità, ci ha lanciato un chiaro segnale: lei è dalla nostra parte.

Insomma, un lavoro sporco ma sicuramente ben accolto: la diffusione della parola come prestito non è l’unico segno lampante della sostanziale importanza di una simile espressione. Esistono e già esistevano diversi proverbi carichi dello stesso senso: il nostro “mal comune mezzo gaudio” o il più diretto detto francese “le malheur des uns fait le bonheur des autres” (“La sfortuna di uno fa la felicità degli altri”). La parola fa poi capolino in altre lingue del mondo:

In arabo: shamātah شماتة ;

In albanese: cmirëzi;

In ebraico: שמחה, simxa la’ed;

In greco antico: ἐπιχαιρεκακία (ἐπιχαίρω, rallegrarsi; κακία, cattiveria o malvolenza);

In russo: злорадство (зло, malvagio o danno; радость, gioia).

Solo per citarne alcune.

Insomma non è niente di propriamente tedesco, non ha nulla a che vedere con la cultura tedesca, sebbene gli omoni dal calzino bianco abbiano trovato un’espressione particolarmente suggestiva, questo è un concetto che riguarda l’intera razza umana. Da una parte la lingua tedesca prevede un processo morfologico di sintesi che genera parole parecchio efficaci: è possibile infatti unire letteralmente più lemmi tra loro, dando vita ad un unico lunghissimo parolone in cui le varie unità si senso si influenzano a vicenda. Questo produce parole uniche ma dotate di significati complessi, che in altre lingue necessito di perifrasi per essere espressi. Tale caratteristica unita alla nota severità dei suoni che caratterizzano la parlata tedesca hanno portato alla medaglia d’oro la parola Schadenfreude; un parola con un significato simile abbinata all’austerità della pronuncia germanica raggiunge il suo potenziale massimo di espressività.

 Non è semplice competere nelle altre lingue: per esempio in inglese, risulta qualcosa come harmjoy (dannogioia), che onestamente non rende nemmeno la metà. Nel caso specifico dell’Italiano pare che esista la parola aticofilia  (dal greco ἀτυχής atychḗs “sfortunato” e φιλία philía “amore, passione”), che penso sia conosciuta da quasi nessuno, usata men che meno. Nel dialetto napoletano però si usa dire iallià che significa proprio “rallegrarsi delle altrui disgrazie”, e che nonostante la possibile difficoltà di pronuncia, rimane sempre più accattivante di aticofilia, facilmente associabile ad una malattia di quelle che mettono anche un po’ di ribrezzo. Batte anche senza fatica alcuni pensabili compisti come “dannogioia”; “malgioa”; “sfioia” (un mix tra sfiga e gioia) o “sficere” (tra sfiga e piacere).

Ma non prolunghiamo inutili sforzi di traduzione, tanto questa parola non la si sente né la si usa certo tutti i giorni. La verità è che la Schadenfreude non si dice, si prova e basta. Ammettere un sentimento simile sarebbe infatti degradante, umiliante, deplorevole e assolutamente contrario ad ogni principio civile e sociale. Dio ci scampi dall’esternare così palesemente la nostra vera natura perversa confessando di provare Schadenfreude, sarebbe la rovina di millenni di sforzi. Quindi, come disse il mio professore di tedesco, la Schadenfraude si tace, si omette. Ma allora “presupponendo che lei mi detesti, io cado e mi faccio male, lei è molto contento e cosa dice?”, “Non dico nulla, nel più totale silenzio penso mors tua vita mea e godo”.

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