“Una perla di parola!”

perle

“Non esiste una magia come quella delle parole.”

Anatole France (https://it.wikipedia.org/wiki/Anatole_France)

Già che le parole feriscano più di una spada sebbene non siano oggetti tattili la dice lunga su quanto siano magiche. Le parole sono entità meravigliose che sussistono per rispondere all’umano bisogno di comunicare e lo fanno egregiamente; sono eccezionali in quanto permettono di esprimere con efficacia ed efficienza qualsiasi realtà; possono essere la criptonite di Superman e gli spinaci di Braccio di Ferro; a volte pesano come piombo, altre volano incorporee e vaporose nell’aria e vi risparmio il resto delle metafore per arrivare al dunque: il succo è che le parole sono straordinarie nel loro essere multiformi, le definirei “ulissiche”.

(Link di un articolo sulle potenzialità delle parole http://nuovoeutile.it/lingua-italiana-le-parole-sono-perle/)

Ma cominciamo dal principio: una parola è qualcosa di concreto che veicola un messaggio astratto attraverso grafemi (alias lettere) o oralmente per mezzo dei suoni prodotti dal nostro apparato fonatorio (http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/P/parola.shtml). Si potrebbe paragonare dunque ad un pacchetto, di cui la scatola rappresenta la parte concreta, visibile o udibile, della parola; il contenuto invece è il significato, intangibile per i sensi ma percepibile attraverso l’intelletto.

Milioni di queste relativamente piccole unità di senso formano, insieme con la grammatica, un idioma (alias lingua). Quando parliamo di idiomi intendiamo circa 7000 eterogenei sistemi di comunicazione appartenenti a diverse comunità sparse per il globo, le quali vivono in posti geograficamente distanti, con la conseguenza implicita che si riscontrino diseguaglianze climatiche, ambientali, di risorse e molto altro; hanno seguito o subito percorsi storici contemporanei ma non assimilabili e perciò hanno sperimentato e continuano a sperimentare ogni giorno esperienze di vita personali e lontane dalle altre; hanno prospettive disparate, ma non forzatamente discordi; vedono il mondo con una loro angolazione; praticano religioni o seguono filosofie di vita che spesso non hanno punti in comune; hanno abitudini alimentari che si contestano a vicenda. In sostanza sono diverse, molto diverse e pertanto necessitano di esprime concetti diversi, che rispondono ad esigenze diverse, in modo diverso. Ecco spiegata in maniera molto basica la meravigliosa varietà del panorama linguistico mondiale: ogni lingua nasce, cresce e continua a svilupparsi sotto l’influenza di un determinato scenario culturale che la arricchisce di unicità ed è per questo che è in grado di raccontarci la vita del suo popolo. Non solo perché ciò che si è perso nel tempo spesso lascia indizi nella lingua e anche una delle più banali e rudimentali indagini può riportare alla luce intriganti curiosità; ma anche perché la lingua sa parlare di presente, in quanto muta insieme ai suoi parlanti, seguendone come un’ombra il percorso evolutivo.

Ho letto in un articolo (http://www.ilpost.it/2015/02/01/quante-parole-hanno-gli-eschimesi-neve/) che gli Yupik, una delle popolazioni indigene che abitano la fredda Alaska, hanno 99 lemmi per identificare 99 tipologie di ghiaccio: Nuyileq, per citarne uno, è il “ghiaccio rotto che comincia a espandersi su cui è pericoloso camminare, perché si sta sciogliendo e si potrebbe cadere e affogare.”. Dubito fortemente che i beduini, che si muovono nel torrido deserto sulle gobbe dei loro cammelli, abbiano altrettante parole nel loro vocabolario per parlare dell’acqua solidificata, d’altronde che importa a loro del ghiaccio? Nemmeno se ne servono per raffreddare le bevande perché sono accaniti bevitori di tè, rovente! Probabilmente i beduini avranno 50 sfumature di caldo, di sabbia, di sole, di cammelli o di tè. Insomma la morale è paese che vai, parole che trovi.

Capita che queste parole, come Nuyileq, siano particolarmente difficili da rendere in altri idiomi, che non abbiano un corrispondente diretto e preciso nella maggior parte delle lingue del mondo perché esprimono un concetto che non è popolare tra le altre culture. Questo è ciò che le rende interessanti: questa loro difficoltà di resa, che si traduce in complicatissime perifrasi dal dubbio senso, e che è sintomatica della loro unicità le rende preziose, come perle. “Una perla di parola” non solo gode di quella magia che dicevamo essere una caratteristica dominante della parola in sé, ma si avvale anche della sua rara singolarità. Se tutti i giorni capitasse di pescare un’ostrica con la perla non sussisterebbe più alcun motivo per far pagare una collana fior di quattrini; se fosse facile individuare lemmi “intraducibili”, non si tratterebbe più di un élite di vocaboli affascinanti e misteriosi, ma di una normalità, anzi di un bella gatta da pelare per i traduttori.

Per fortuna però esistono ostriche tirchie così come parole che conoscono una traduzione diretta: esse sono per la sopravvivenza le più importanti, sono arruolate nel vocabolario giornaliero indispensabile e permettono di esprimere i concetti per noi più banali, ma rilevanti nell’arco della nostra esistenza. Ad esse si affiancano altre espressioni, probabilmente meno basilari, che colpiscono viceversa per il loro significato peculiare, provengono dalle più disparate lingue del mondo e sono un dono prezioso della varietà culturale. Può trattarsi di singole unità comunicative, parole, o di sintagmi; di intere frasi, di modi di dire, proverbi ed espressioni. Alcune abitano campi semantici delicati, come quello religioso-filosofico, altre sono parte integrante della quotidianità e se ne fa un uso consistente. Insomma si tratta di pacchettini diversi che hanno in comune però il fatto di essere speciali, probabilmente di fattura a tal punto pregiata da non essere replicabile con un’altra scatola.

Oggi, in un mondo sempre più globalizzato, risulta evidente l’importanza di conoscersi e comprendersi a vicenda. Processo a dir poco complicato quello di entrare in contatto con altre culture, richiede un impegno non indifferente nonché una volontà di ferro. In questo percorso verso la cognizione dell’estraneo c’è chi inizia dalla storia, chi dalla geografia, chi dalla religione e chi dall’antropologia, IO inizio dalle parole.

“Le parole possono essere paragonate ai raggi X; se si usano a dovere, attraversano ogni cosa. Leggi, e ti trapassano.”

Aldous Huxley (https://it.wikipedia.org/wiki/Aldous_Huxley)

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